Cucurucucu… Paloma!

BGB 14 Cucurucucu... Paloma!

Verso le quattro del pomeriggio di ogni mercoledì e domenica Joaquín, Samuel, José e gli altri del club sportivo del quartiere del Carmel arrivano con le loro scatole di ferro e di legno in uno dei belvedere della città di Barcellona e si fermano proprio sotto i resti della grande batteria antiaerea della guerra civile.

Appena aprono le numerose porticine delle loro scatole il cielo si tinge del rosso, rosa, verde, azzurro o giallo del piumaggio di Tiro Fijo (tiro sicuro), Duro de pelar, Pitingo e Pluma Blanca (tra gli altri). Sono i loro piccioni da competizione ed i veri protagonista dell’evento.

Solo quando tutti i piccioni sono alti in cielo e si sono reuniti in gruppi, José ed i suoi compagni aprono la scatola della femmina. E’ l’unica a a non aver il piumaggio dipinto e soprattutto l’unica ad ad avere due piume bianche posticce. I maschi hanno imparato fin da piccoli a riconscere il particolare e quando la vedono vanno sicuri verso di lei.

La “suelta”, cioè la partita, dura due ore durante le quali la femmina arriva ad affrontare fino a 70 maschi in calore. In realtà, più che affrontarli, quello che fa  è cercare di scappare come può. Ciò nonostante, la stanchezza può più della paura ed è allora, quando si ferma a riposare, che i piccioni ne approfittano per letteralmente assaltarla. Gli uomini si avvicinano in fretta al mucchio formato dagli animali per vedere quali dei loro piccioni riusciranno a rimanere più a lungo con la femmina, obiettivo ultimo del gioco.

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“Guarda come soffrono per le donne”, mi commentano con facce convinte.

“Guarda, guarda, quello è mio”, grida uno.

“No, no, il mio lo fa meglio”, fa notare un altro.

Nonostante tutto faccia pensare che la partita finirà in violazione collettiva ed il panico inizi ad invadermi, non sempre le cose sono quelle che sembrano. Perché la femmina possa accoppiarsi, infatti, deve rimanere al suo fianco un solo piccione, cosa che avviene molto ma molto raramente. Basta che si ritrovino insieme due maschi perché inizi una lotta per la conquista dell’oggetto del desiderio dove l’ultima cosa che sembra intessare i litiganti è proprio la femmina che, finalmente sola, normalmente coglie la distrazione generale per nascondersi sotto terra, o dove può.

Alla fine delle due ore di partita tutti i piccioni ottengono la propria ricompensa. Una plausibilmente buona scopata con un’altra picciona (e piccione per lei) ed una vitamina per recuperarse dalla stanchezza (e la femmina anche dalla paura che dev’esseri presa).  Ogni sette “sueltas”, ossia più o meno ogni mese, i palomeros (paloma in castigliano significa piccione)  controllano i risultati ottenuti ed assegnano un vincitore.

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Se a livello nazionale le competizioni muovono molti soldi (un piccione mediamente buono costa circa mille euro), sicuramente le grande città come Barcellona non sono i luoghi più adatti a questo tipo di eventi, dato che gli animali si perdono o vengono ammazzati molto facilmente.  Così, mentre in cittadine come Murcia questo sport è regolamentato dalla Federazione Colombicoltura, la competizione è a livello professionale ed implica appunto soldi nel mercato nero, per i membri del club sportivo del Carmel è poco più che un hobby molto amato.

Qui i premi non superano una buona bottiglia di vino o un “jamón” e l’ambiente è quello di un qualunque gruppo di amici, nella stragrande maggioranza uomini. Alcuni, como lo stesso  José, che lo pratica dal 1959, sono dei veri esperti del funzionamento dell’arcobaleno che, se passate di lì, potete essere sicuri di vedere un pomeriggio qualunque. Tutto l’anno tranne d’estate, quando uomini ed animali, indeboliti dal caldo, finalmente riposano.

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Intervista a Stefano Benni

Stefano Benni (Bologna, 1947) è stato recentemente a Barcellona per presentare la versione in catalano di Elianto (Editorial Moll, traduzione di Ana Torcal e Salvador Company).

Ziddicca ha colto l’occasione per intervistarlo.

-Lei scrive da più di trent’anni. Cosa ritiene sia cambiato di più nel suo modo di farlo in tutto questo tempo?

-La responsabilità che sento riguardo al raccontare. Se una volta ero più tranquillo e ci mettevo un giorno a scrivere una pagina ora, che ho più lettori, più gente che mi ascolta, ce ne metto dieci.

-Per quanto riguarda lo stile che cos’è cambiato?

-Se la scrittura è un’orchestra forse oggi so suonare qualche strumento in più.

-Si sente libero oggi di esprimersi in Italia?

-Si, devo combattere molto ma ci sono degli spazi di libertà. Ho imparato che si devono fare certe cose e rinunciare ad altre.

-Per esempio?

-Respingere un certo tipo di corruzione che continuamente fa l’industria mediatica. E’ ovvio che se accettassi di lavorare per la Mondadori o di andare in televisione sarei meno libero ma grazie a Dio ci sono degli spazi nei quali uno può essere libero.

-Quindi ha speranze per il futuro dell’Italia?

-Non immediate ma si. Dico sempre che io non so se vedrò un’Italia migliore ma mio figlio credo di si, quindi anche tu.

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I mille colori di Piazza Vittorio

IMG 3453 I mille colori di Piazza Vittorio

BGB 4948 I mille colori di Piazza Vittorio

BGB 5026 I mille colori di Piazza Vittorio

BGB 48862 I mille colori di Piazza Vittorio

Alla ricerca di un’Italia dove immigrazione non fosse sinonimo di esclusione, dove poter capire altre esperienze di convivenza oltre a quelle già tristemente conosciute, e ben rappresentate, dai recenti fatti di Rosarno, siamo finiti a Piazza Vittorio. Nell’ultimo quartiere della capitale per numero di reati pro capite, l’Esquilino, a pochi passi dalla Stazione Termini, basta mettere piede nella piazza quadrata circondata dai famosi portici di Gaetano Koch per sentirsi già in viaggio.

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Il parco dedicato a Nicola Calipari che ne occupa il centro la mattina è il punto di ritrovo di coreani, latinoamericani,  filippini, rumeni, cinesi, sikh. La sera i ragazzini cinesi giocano a basket con gli italiani mentre all’altra punta, nelle giostre che dirige con un click Santa, dello Sri Lanka, 32 anni (in Italia da 10), ad ogni giro i seggiolini sono occupati da bambini di una nazionalità diversa, mentre le mamme continuano a chiacchierare. La presenza di un centro sociale postfascista nei dintorni, la famosa Casa Pound, si avverte solo grazie ai numerosi manifesti sparsi (molti già strappati) nei portici della piazza.

IMG 3466 I mille colori di Piazza Vittorio

BGB 4835 I mille colori di Piazza Vittorio

Il mercato, il più grande della città con i suoi 250 banchi, è una grande scatola di colori e profumi. Il verde dello shim (simile a un fagiolino piatto) e dell’okra (tra una zucchina ed un peperone verde) del Bangladesh, il giallo e l’arancione delle spezie e il biancoazzurro del pesce si fondono col rosa dei salumi (l’unico angolo dove sono rigorosamente rosa chiaro le mani che avvolgono e la maggior parte di quelle che comprano). Come in ogni mercato che si rispetti ognuno ha la sua clientela. Però carne e pesce son terreno comune. Dietro ai banconi ci sono italiani, egiziani, indiani e bengalesi che servono cinesi, africani, italiani o filippini. E quando a fianco si ritrovano un posto come “El banco latino” di Maria, Ecuador, 32 anni (in Italia da 10) dove i legumi e la frutta attirano come una calamita, bè, si fermano a comprare. E pure lei, quando chiude il banco all’ora di pranzo, si ferma a comprare il coucous, che “non m’aspettavo fosse così buono”, da un altro.

“Ci conosciamo e rispettiamo tutti”, dice. “Siamo solo quattro donne e quando qualche cliente ci importuna, qualcuno lascia sempre il banco e viene ad aiutarci”.

Problemi? Conflitti?

“Quelli di un normalissimo quartiere”.

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Continua…Torneremo a Piazza Vittorio. C’è molto di più da raccontare.

Il terremoto arriva fino a qui

BGB 218 Il terremoto arriva fino a qui

Cristina ed Aurelio Márquez avevano già in mano i biglietti per andare all’orfanotrofio Maison de Anges di Puerto Príncipe a visitare Nick  quando è iniziato il terremoto. L’edificio è venuto giù e da allora la coppia catalana non ha più avuto contatti col bambino che da più di due anni aspettava di poter adottare.

La paura e le speranze davanti a questa catastrofe immane si fondono e come una palla gigante colpiscono perfino il nostro mondo occidentale. Obbligandoci a ricordare, a conservare nella memoria collettiva globalizzata che non esistono più i problemi altrui, dato che è un po’ che si viaggia tutte sulla stessa barca.

Per donazioni tra le altre Medici Senza Frontiere

https://www.medicisenzafrontiere.it/donazionionline/default.asp?codiceCausale=30

Un altro giorno di ordinaria follia

img5 Un altro giorno di ordinaria follia
A caldo mandiamo il link  del documentario “La città di cartone” di Gianluigi Lopes (premio  L’anello debole, 2oo9, Opera menzionata, sezione tv) che pubblica oggi l’agenzia di stampa “Redattore Sociale” a proposito dei tristi eventi di questa giornata italiana. E’ la storia degli altri.

http://www.redattoresociale.it/Video.aspx?id=287145

Nei prossimi giorni cercheremo di analizzare la nostra per come la interpretiamo da italiani all’estero. Alcuni link di articoli interessanti sul tema

10/01/10  L’inferno di Rosarno e i suoi responsabili , Eugenio Scalfari su

Repubblica. L’analisi.

11/01/10 La Deportazione, di Enrico Fierro su Il Fatto Quotidiano. Un articolo da vicino per capire più a fondo questa bruttissima storia di razzismo all’italiana.

In ricordo dei fantasmi di Portopalo

IMG 547 In ricordo dei fantasmi di Portopalo

Sono passati 13 anni e qualche giorno da quella notte di natale del 1996 in cui i cadaveri di 283 migranti pakistani, indiani e tamil giunsero a pochi chilometri dalla costa di Portopalo di Capo Passero in Sicilia. Per i quattro anni successivi la tragedia rimase sconosciuta finché, grazie all’inchiesta dell’allora giornalista di Repubblica Giovanni Maria Bellu, non trovò conferma nella testimonianza di un pescatore della zona e nelle immagini filmate della nave sul fondo del mare.

I corpi di quelle 283 persone, che erano partite da lontano con la speranza di un futuro migliore, a Portopalo li avevano già visti in molti ben prima che la tragedia fosse conosciuta come tale. I pescatori li avevano tirati su con le loro reti scambiandoli per pesci e li avevano ributtati in mare nel timore di conseguenze.

A marzo di quest’anno la Corte d’Assise d’appello di Catania ha condannato a 30 anni l’armatore pakistano Ahmed Sheik Turab, ritenuto dagli investigatori l’organizzatore del viaggio in cui persero la vita i clandestini in seguito a un urto tra la nave in cui viaggiavano ed una nave carretta durante un trasbordo.

Anche a distanza di molto tempo l’orrore e l’indignazione per quelle morti e per il silenzio a cui sarebbero state destinate senza l’inchiesta di Bellu (che poi divenne un libro, “I fantasmi di Portopalo”, Mondadori, 2004) ed il coraggio di quel pescatore rimangono vivi nella nostra memoria e siccome non crediamo affatto che una notizia smetta di essere tale quando non da più la possibilità di fare un buon titolo, ve la vogliamo ricordare.

Video tratto da Blu Notte

Perché non abbiamo parlato di Copenhaguen

BGB 333 Perché non abbiamo parlato di Copenhaguen

Bastava leggere le relazioni degli esperti mondiali per sapere che il summit sarebbe stato un fallimento. Troppi interessi contrapposti in gioco, troppe lobby dietro i governi, troppo pochi accordi previ tra Cina, India e Stati Uniti.

Ciò nonostante i rappresentanti di 192 paesi, apparentemente (e misteriosamente) speranzosi, hanno trascorso due settimane nella capitale danese. Si sono spesi non si sa quanti soldi pubblici, si è data una mano al riscaldamento globale con non si sa quanti aerei, taxi, macchine e treni presi, si è sprecato non si sa quanto cibo in cene, pranzi e merende e si è scialacquata non si sa quanta carta e pazienza umana per coprire quotidianamente l’evento nei mezzi di comunicazione di tutto il mondo. Togliendo, ovviamente, uno spazio che molto facilmente si sarebbe potuto riempire con notizie interessanti sul serio.

E allora che cosa si può dire? Niente, tranne un piccolo ed umile consiglio. Visto che ci prendete in giro, fatelo per bene ed andatevene in un posto più caldo la prossima volta. Non per potervi rendere veramente conto del problema, certo che no, ma al meno per godervi al massimo l’esperienza, suvvia. Che non ci piace buttare i nostri soldi.

Paris, je t’aime

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Terra Madre Day

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In occasione del ventennale della fondazione Slow Food Internazionale, 150 paesi del mondo celebrano oggi la prima edizione di Terra Madre Day. Solo in Italia si sono susseguiti (e continueranno a farlo nelle prossime ore) centinaia di degustazioni di prodotti locali, incontri con i produttori, aperitivi, cene…Una miriade di sapori ed odori che oggi come non mai aleggiano per l’aria italiana, da apprezzare con la calma che meritano. Una giornata per, come

ricorda Petrini, “celebrare la nostra terra e pensare di essere tutti soggetti attivi per salvaguardare il suo grande patrimonio di biodiversità”.