Tempo di lana

BGB 9543 Tempo di lana

E’ termo-isolante, fono-assorbente, battericida, combatte l’inquinamento elettromagnetico e atmosferico, ha elevato potere ignifugo e grazie alla  cheratina è perfino nutriente. Non è il frutto della più sofisticata biotecnologia ma uno dei beni più primitivi che, almeno in terra sarda, si può trovare ad ogni angolo di strada. Come sia arrivata Daniela Ducato, musicista cagliaritana trapiantata a Guspini, nel cuore della Sardegna, a scoprire che tutte queste qualità erano racchiuse in niente più che nella lana di pecora, ha a che vedere con quella che lei definisce una parola magica. Il Tempo. Non tanto e non solo quello che è servito per arrivare a creare Edilana,  ma quello che rappresenta la moneta di scambio più equa della banca più etica che si possa concepire. La Banca, appunto, del Tempo.

“Solo nella nostra via la maggior parte delle case sono state tirate su grazie alla pratica di “s’aggiudu torrau” (aiuto reso).  Mi trovavo già in un ambiente frutto della presa di coscienza dell’importanza delle relazioni e dello scambio”, spiega Ducato. “Quindi la prima volta che ho sentito parlare dell’esistenza della Banca del Tempo ho pensato fosse il progetto perfetto per la nostra comunità”. Più di dieci anni fa è nata a Guspini “Le città invisibili”, un’entità attraverso la quale persone di ogni età scambiano i propri saperi donando e ricevendo come unica moneta di scambio il proprio tempo. Ed è proprio nella banca dove Tonina, una vicina correntista, un giorno depositò quintali di lana dicendo di essere stanca di dover spendere tanti soldi per farla bruciare –è considerata rifiuto speciale- e di non sapere che farsene.

“Non sapevo niente sulla lana ma mi sembrò subito demenziale che bisognasse spendere dei soldi e procurare un impatto ambientale per disfarsene con tutta quella che ne abbiamo in zona”, spiega Ducato. Il territorio di Guspini è quello con più pecore per abitante di tutto il Paese (5 pecore e mezzo per persona), dato in gran parte dovuto al fatto che molti dei lavoratori che si recarono nel corso del secolo scorso a lavorare in quella che fu la più grande miniera d’argento d’Europa, nella vicina Montevecchio, non rinunciarono a portarsi dietro il proprio gregge. Proprio come la famiglia di Tonina.

“Siccome nella banca ci sono molti bambini ne abbiamo subito dato una parte a loro, che hanno iniziato ad impastarla e ad usarla come plastilina”, racconta Ducato. Gli anziani, da parte loro, hanno portato i propri consigli. “Mi hanno detto che se messa nel terreno avrebbe permesso di poter innaffiare meno, quindi ci siamo messi a coltivare fragole, pomodori e fiori”, ricorda.

Siamo nella seconda parte del primo decennio del ventunesimo secolo. Sono gli anni in cui in Europa entrano in vigore i nuovi parametri energetici e la normativa acustica.

“I fatturati dei prodotti coibenti della nostra impresa (Essedi, distributrice di prodotti per l’edilizia, del marito di Daniela, Oscar) erano in crescita vertiginosa, ma sapendo che l’80% dei prodotti che rivestono le pareti delle nostre case sono derivati del petrolio ho iniziato a chiedermi cosa significassero veramente quei guadagni e che futuro stavamo assicurando ai nostri figli”, spiega. A casa sua ed aiutata dai vicini Daniela fa a mano il primo prototipo di materassino di lana coibente, che porta poi in laboratorio perché venga analizzata. I risultati superano di gran lunga qualunque aspettativa ma non mancano i problemi. “La lana era così dura da rompere le macchine tessili tradizionali”. Ancora una volta la soluzione è racchiusa nella Banca del Tempo.

“il giorno in cui il comune tagliò gli alberi che avevamo piantato grazie alla banca, noi adulti eravamo disperati. I bambini, invece, vennero da noi sorridendo e mostrandoci i nidi bellissimi che gli uccelli avevano fatto usando le palle di lana che vi avevamo appeso”, racconta Daniela. Nel lavoro perfetto della natura stava la chiave della modernità. “Ispirandoci ai becchi degli uccelli abbiamo creato un’agugliatura particolare fatta con degli uncini particolari, grazie alla quale abbiamo potuto iniziare l’industrializzazione del prodotto”.

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Londoning

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L’imbroglio atomico

All’indomani dell’approvazione da parte del consiglio dei ministri dei criteri per la localizzazione e la realizzazione delle future centrali nucleari dello scorso 10 febbraio, il ministro Scajola affermava che “L’impegno dell’Italia nel nucleare non va visto come un’imposizione ma come un’opportunità che tutte le Regioni intelligenti dovrebbero cogliere».

Nella lettera f) comma 2 dell’articolo 25 della legge delega n. 99/09 (la famosa Legge Sviluppo) in materia nucleare si afferma la necessità della “determinazione delle modalità di esercizio del potere sostitutivo del Governo in caso di mancato raggiungimento delle necessarie intese con i diversi enti locali coinvolti, secondo quanto previsto dall’art. 120 della Costituzione.”. Quest’ultimo, però, legittima l’intervento sostitutivo del Governo nei confronti di regioni, province e comuni solo “nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali”.

Quindi il pericolo grave lo correremmo se rifiutassimo nuovi centrali nucleari?

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Retrobament

BGB 3126 Retrobament

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Volontari cinesi nelle guerra civile spagnola

BGB c122 Volontari cinesi nelle guerra civile spagnola

Nel 1988 un volontario americano del battaglione Abraham Lincoln mostrò a Ni Hwei e Len Y. Tsou (1), una coppia di chimici taiwanesi residenti negli Stati Uniti, la foto di un soldato cinese in cura presso l’ospedale di Benicàssim, vicino Barcellona. La curiosità suscitata per la possibile presenza di alcuni compatrioti nella guerra civile spagnola li portò (nonostante la foto si rivelerà poi falsa) a iniziare una ricerca che dopo tredici anni di dedizione si è trasformata in un libro.

“La chiamata per la Spagna: i volontari cinesi nella guerra civile spagnola”(2), pubblicato a Taiwan nel 2001, racconta sia il lungo viaggio attraverso Spagna, Russia, Bulgaria, Francia, Inghilterra, Germania, Svizzera e Olanda (tra i vari altri) che i coniugi Tsou hanno realizzato per intervistare persone e consultare archivi, sia le storie di tredici volontari cinesi (dei cento che hanno trovato) che lottarono in Spagna tra il 1936 e il 1939. C’è anche una terza parte del libro, la meno conosciuta. È la storia di altri volontari asiatici – in particolar modo di dottori dall’est Europa – in Spagna.

Solo uno dei tredici volontari della storia degli Tsou arrivò in Spagna direttamente dalla Cina. La maggior parte di loro viveva infatti in Francia sin dagli anni venti, dove lavoravano per compagnie straniere con sede in Cina. Due arrivarono dagli Stati Uniti mentre altri due vivevano già in Spagna quando scoppiò la guerra civile.

Mentre la Spagna sprofondava nel suo conflitto civile, la Cina viveva l’invasione giapponese. Partecipare ad una guerra straniera era allora contro i trattati di non intervento. “I cinesi si sentivano molto vicini agli altri popoli che stavano combattendo contro il fascismo”, dice Ni Hwei, “per questo si schierarono con i repubblicani e osarono sfidare la legge”. I volontari cinesi non riuscirono a creare una propria unità e passarono da una brigata internazionale all’altra svolgendo diversi tipi di lavoro. “Da dottori e infermieri a soldati di cavalleria o miliziani e carristi”, racconta Ni Hwei.
ch Volontari cinesi nelle guerra civile spagnola Tutti i tredici volontari lottarono nelle grandi battaglie (tanto in quella di Madrid e Brunete come in quella dell’Ebro) e finirono rinchiusi in campi di concentramento in Francia. Uno di loro morì durante la ritirata tra il marzo e l’aprile del 1938 mentre otto di loro riuscirono a tornare in Cina e a prendere parte alla lotta contro i giapponesi. Quando i Tsou cominciarono la loro ricerca i volontari cinesi erano già tutti morti e dovettero ricorrere a informazioni di seconda mano, come interviste ai familiari e archivi.

Ad oggi è sconosciuto il destino dei restanti quattro volontari. Tradurre le più di quattrocento pagine del libro dei Tsou non è impresa facile. Il professore dell’Università Autonoma di Barcellona, Laureano Ramírez, c’è invece riuscito. “La chiamata per la Spagna: i volontari cinesi nella guerra civile spagnola” aspetta ora di essere pubblicato.
Potrebbe dare ai giovani spagnoli, relativamente ai quali i Tsou mostrano grande interesse, un nuovo punto di vista attraverso cui comprendere meglio la loro storia recente, sebbene in parte sconosciuta e della quale non si parla.

Note al testo:

(1) Ni Huiru e Zou Ningyuan, n.d.t.
(2)Titolo cinese originale “橄榄桂冠的召唤:参加西班牙内战的中国人(1936-1939)”, n.d.t.

Articolo pubblicato su china-files.com

Bluffnetta

IMG 3682 Bluffnetta

A un giorno dal voto, una piccola galleria di manifesti del candidato a sindaco di Venezia Renato Brunetta, trovati durante la nostra ultima visita in laguna. Dalle immagini sembrerebbe che non sia molto amato dai veneziani.  Vediamo come va a finire…

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Cucurucucu… Paloma!

BGB 14 Cucurucucu... Paloma!

Verso le quattro del pomeriggio di ogni mercoledì e domenica Joaquín, Samuel, José e gli altri del club sportivo del quartiere del Carmel arrivano con le loro scatole di ferro e di legno in uno dei belvedere della città di Barcellona e si fermano proprio sotto i resti della grande batteria antiaerea della guerra civile.

Appena aprono le numerose porticine delle loro scatole il cielo si tinge del rosso, rosa, verde, azzurro o giallo del piumaggio di Tiro Fijo (tiro sicuro), Duro de pelar, Pitingo e Pluma Blanca (tra gli altri). Sono i loro piccioni da competizione ed i veri protagonista dell’evento.

Solo quando tutti i piccioni sono alti in cielo e si sono reuniti in gruppi, José ed i suoi compagni aprono la scatola della femmina. E’ l’unica a a non aver il piumaggio dipinto e soprattutto l’unica ad ad avere due piume bianche posticce. I maschi hanno imparato fin da piccoli a riconscere il particolare e quando la vedono vanno sicuri verso di lei.

La “suelta”, cioè la partita, dura due ore durante le quali la femmina arriva ad affrontare fino a 70 maschi in calore. In realtà, più che affrontarli, quello che fa  è cercare di scappare come può. Ciò nonostante, la stanchezza può più della paura ed è allora, quando si ferma a riposare, che i piccioni ne approfittano per letteralmente assaltarla. Gli uomini si avvicinano in fretta al mucchio formato dagli animali per vedere quali dei loro piccioni riusciranno a rimanere più a lungo con la femmina, obiettivo ultimo del gioco.

BGB 0415 Cucurucucu... Paloma!

“Guarda come soffrono per le donne”, mi commentano con facce convinte.

“Guarda, guarda, quello è mio”, grida uno.

“No, no, il mio lo fa meglio”, fa notare un altro.

Nonostante tutto faccia pensare che la partita finirà in violazione collettiva ed il panico inizi ad invadermi, non sempre le cose sono quelle che sembrano. Perché la femmina possa accoppiarsi, infatti, deve rimanere al suo fianco un solo piccione, cosa che avviene molto ma molto raramente. Basta che si ritrovino insieme due maschi perché inizi una lotta per la conquista dell’oggetto del desiderio dove l’ultima cosa che sembra intessare i litiganti è proprio la femmina che, finalmente sola, normalmente coglie la distrazione generale per nascondersi sotto terra, o dove può.

Alla fine delle due ore di partita tutti i piccioni ottengono la propria ricompensa. Una plausibilmente buona scopata con un’altra picciona (e piccione per lei) ed una vitamina per recuperarse dalla stanchezza (e la femmina anche dalla paura che dev’esseri presa).  Ogni sette “sueltas”, ossia più o meno ogni mese, i palomeros (paloma in castigliano significa piccione)  controllano i risultati ottenuti ed assegnano un vincitore.

BGB 8310 Cucurucucu... Paloma!

Se a livello nazionale le competizioni muovono molti soldi (un piccione mediamente buono costa circa mille euro), sicuramente le grande città come Barcellona non sono i luoghi più adatti a questo tipo di eventi, dato che gli animali si perdono o vengono ammazzati molto facilmente.  Così, mentre in cittadine come Murcia questo sport è regolamentato dalla Federazione Colombicoltura, la competizione è a livello professionale ed implica appunto soldi nel mercato nero, per i membri del club sportivo del Carmel è poco più che un hobby molto amato.

Qui i premi non superano una buona bottiglia di vino o un “jamón” e l’ambiente è quello di un qualunque gruppo di amici, nella stragrande maggioranza uomini. Alcuni, como lo stesso  José, che lo pratica dal 1959, sono dei veri esperti del funzionamento dell’arcobaleno che, se passate di lì, potete essere sicuri di vedere un pomeriggio qualunque. Tutto l’anno tranne d’estate, quando uomini ed animali, indeboliti dal caldo, finalmente riposano.

BGB 8564 Cucurucucu... Paloma!

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Intervista a Stefano Benni

Stefano Benni (Bologna, 1947) è stato recentemente a Barcellona per presentare la versione in catalano di Elianto (Editorial Moll, traduzione di Ana Torcal e Salvador Company).

Ziddicca ha colto l’occasione per intervistarlo.

-Lei scrive da più di trent’anni. Cosa ritiene sia cambiato di più nel suo modo di farlo in tutto questo tempo?

-La responsabilità che sento riguardo al raccontare. Se una volta ero più tranquillo e ci mettevo un giorno a scrivere una pagina ora, che ho più lettori, più gente che mi ascolta, ce ne metto dieci.

-Per quanto riguarda lo stile che cos’è cambiato?

-Se la scrittura è un’orchestra forse oggi so suonare qualche strumento in più.

-Si sente libero oggi di esprimersi in Italia?

-Si, devo combattere molto ma ci sono degli spazi di libertà. Ho imparato che si devono fare certe cose e rinunciare ad altre.

-Per esempio?

-Respingere un certo tipo di corruzione che continuamente fa l’industria mediatica. E’ ovvio che se accettassi di lavorare per la Mondadori o di andare in televisione sarei meno libero ma grazie a Dio ci sono degli spazi nei quali uno può essere libero.

-Quindi ha speranze per il futuro dell’Italia?

-Non immediate ma si. Dico sempre che io non so se vedrò un’Italia migliore ma mio figlio credo di si, quindi anche tu.

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I mille colori di Piazza Vittorio

IMG 3453 I mille colori di Piazza Vittorio

BGB 4948 I mille colori di Piazza Vittorio

BGB 5026 I mille colori di Piazza Vittorio

BGB 48862 I mille colori di Piazza Vittorio

Alla ricerca di un’Italia dove immigrazione non fosse sinonimo di esclusione, dove poter capire altre esperienze di convivenza oltre a quelle già tristemente conosciute, e ben rappresentate, dai recenti fatti di Rosarno, siamo finiti a Piazza Vittorio. Nell’ultimo quartiere della capitale per numero di reati pro capite, l’Esquilino, a pochi passi dalla Stazione Termini, basta mettere piede nella piazza quadrata circondata dai famosi portici di Gaetano Koch per sentirsi già in viaggio.

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Il parco dedicato a Nicola Calipari che ne occupa il centro la mattina è il punto di ritrovo di coreani, latinoamericani,  filippini, rumeni, cinesi, sikh. La sera i ragazzini cinesi giocano a basket con gli italiani mentre all’altra punta, nelle giostre che dirige con un click Santa, dello Sri Lanka, 32 anni (in Italia da 10), ad ogni giro i seggiolini sono occupati da bambini di una nazionalità diversa, mentre le mamme continuano a chiacchierare. La presenza di un centro sociale postfascista nei dintorni, la famosa Casa Pound, si avverte solo grazie ai numerosi manifesti sparsi (molti già strappati) nei portici della piazza.

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BGB 4835 I mille colori di Piazza Vittorio

Il mercato, il più grande della città con i suoi 250 banchi, è una grande scatola di colori e profumi. Il verde dello shim (simile a un fagiolino piatto) e dell’okra (tra una zucchina ed un peperone verde) del Bangladesh, il giallo e l’arancione delle spezie e il biancoazzurro del pesce si fondono col rosa dei salumi (l’unico angolo dove sono rigorosamente rosa chiaro le mani che avvolgono e la maggior parte di quelle che comprano). Come in ogni mercato che si rispetti ognuno ha la sua clientela. Però carne e pesce son terreno comune. Dietro ai banconi ci sono italiani, egiziani, indiani e bengalesi che servono cinesi, africani, italiani o filippini. E quando a fianco si ritrovano un posto come “El banco latino” di Maria, Ecuador, 32 anni (in Italia da 10) dove i legumi e la frutta attirano come una calamita, bè, si fermano a comprare. E pure lei, quando chiude il banco all’ora di pranzo, si ferma a comprare il coucous, che “non m’aspettavo fosse così buono”, da un altro.

“Ci conosciamo e rispettiamo tutti”, dice. “Siamo solo quattro donne e quando qualche cliente ci importuna, qualcuno lascia sempre il banco e viene ad aiutarci”.

Problemi? Conflitti?

“Quelli di un normalissimo quartiere”.

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Continua…Torneremo a Piazza Vittorio. C’è molto di più da raccontare.